Il fascino della Festa di San Leone a Saracena per Vito Teti

La festa di San Leone a Saracena che si svolge nella serata di oggi 19 febbraio e continua per tutta la notte e l’indomani è, senza dubbio, una delle più belle e intense, complesse e avvincenti che si svolgono nei mesi invernali in Calabria e nel Mezzogiorno d’Italia.

Il fascino della Festa di San Leone a Saracena per Vito Teti: Rito Ancestrale che resiste nel tempo

Festa di San Leone a Saracena

Comincia così il post di Vito TETI, professore di Antropologia Culturale presso il dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria, dedicato alla festa identitaria che si accende ogni anno nel Paese del Moscato Passito. TETI, restandone ammaliato nel ’79, decide di raccontarne il fascino:

Certo è una delle feste alla quale sono maggiormente legata e dire che l’ho scoperta per caso nel corso delle mie peregrinazioni di fine anni Settanta-inizio anni Ottanta, quando, programmista regista per Rai 3 nelle sede della Calabria, saltavo da una festa all’altra, da un pellegrinaggio all’altro, per documentare, filmare, interrogare i luoghi, i riti, i volti sconosciuti della regione in un periodo di profonda trasformazione.

Ricordo l’arrivo a Castrovillari il pomeriggio del 19 febbraio 1979. Sfilavano i carri e i gruppi folkloristici arrivati da varie parti d’Italia e di Europa per documentare il Carnevale del Pollino, che in quegli anni veniva inventato come un nuova tradizione sul modello di Viareggio.

Ero intento con i componenti della troupe, che amavo e mi amavamo, animati dalla stessa passione di fare e documentare, a filmare le sfilate e le maschere sul corso principale, quando Oscar CAMPANA, una cara persona che lavorava nel settore commerciale della Rai di Cosenza e che abitava a Castrovillari, mi raggiunse e mi disse: «Mi sorprende che sei qui a filmare questi carri. Perché non lasci e non vai a Saracena a vedere la festa di San Leone. Vedrai delle cose bellissime».

Lo ringraziai per l’informazione. Con Pino, Ciccio e gli altri bastò uno sguardo. Eravamo già in macchina alla volta di Saracena. Arrivammo in un paese quando ormai era buio, faceva un freddo terribile, tememmo il solito silenzio e il vuoto che cominciavano ad avvolgere i paese dell’interno. Scoprimmo un pezzo di mondo che sembrava scampato alla modernità e che era arrivato direttamente nella postmodernità.

Mi sembrava un ritorno al passato e insieme a un presente che non mi aspettavo. Man mano che ci addentravamo nel paese per raggiungere la chiesa da dove sarebbe uscita la processione, la strada principale si animava di gente, suoni e rumori.

I vicoli che si scorgevano dalla strada erano ostruiti da grandi cataste di legno, dinnanzi ad abitazioni non finite e in cemento armato, o a case vuote e cadenti. Dalla chiesa era appena uscito il corteo processionale con la statua di San Leone, preceduta dai volti antichi e compresi dei congregati, e al loro fianco, avanti e dietro la statua, procedeva una folla rumorosa, pressante, urlante, colorata. Giovani e giovanissimi, uomini e donne, ballavano al ritmo della tarantella assecondando la musica di organetti, tamburelli e fisarmoniche in mano a bravi suonatori del paese.

Ragazzi e ragazze danzavano al ritmo della musica rock o delle canzoni pop allora in voga che grazie alle radioline e transistor, tenuti in mano, si confondevano con le musiche degli strumenti tradizionali. Una miscela singolare e inattesa e di canti religiosi, canzoni tradizionali, urla, imprecazioni, preghiere, e ripetuti, insistiti, improvvisi «Evviva S. Leone»…» che salivano al cielo e si addentravano nei vicoli, nella testa e nelle orecchie e attendevano una risposta che puntualmente arrivava corale: «’Nu piattu di maccheroni».

L’invocazione augurale «Evviva S. Leone/’Nu piattu di maccheroni» era trascinata, urlata, ripetuta da centinaia di persone, in tempi e in modi diversi, nel mezzo di salti, girotondi, danze, comportamenti e gesti che evocavano antichi riti di possessione e di guarigione.

Il rientro in chiesa e la sistemazione della statua del santo sull’altare maggiore era, come avrei verificato negli anni successivi, il momento più intenso e problematico: le persone di tutte le età si spingevano l’altare tra urla, spinte, balli, invocazioni.

Le donne più anziane alzavano le braccia al cielo e si battevano il petto: gli uomini della congrega erano in preda alla commozione, sul punto di piangere. Dopo un lento e lungo addio al Santo, i fedeli uscivano a gruppi e alla spicciolata e andavano verso le loro case, in bassi e i vicoli trasformati in enormi cucine e trattorie aperte e all’aperto attorno agli enormi falò che, accesi al passaggio della statua, venivano alimentate con cataste di legna raccolte nei giorni precedenti nei boschi e in montagna da dove arrivavano anche le «frache» (i bastoni di legno) che i congregati e altri fedeli tenevano accese per illuminare il tragitto durante la processione. L’allestimento dei falò e i preparativi della festa, la ricerca delle «frache» e dei cibi, erano meticolosi, pazienti, anche difficoltosi, duravano giorni, ispirati a sobrietà e ad attesa, che erano aspetti integranti del rito.

Attorno ai fuochi si ritrovano, si salutavano e si abbracciavano amici, parenti, gruppi di familiari, persone del vicinato. Impressionava quella continua gara per portare legna e alimentare il fuoco, mentre i più giovani suonavano e cantavano e spingevano alla danza uomini e donne di tutte l’età. Ogni rione faceva il falò ed era esplicita la gara nel fare il quello più bello e più ricco, le cui fiamme duravano più a lungo.

Negli anni successivi la gara sarebbe stata istituzionalizzata e ufficializzata con un premio o un riconoscimento a chi organizzava il fuoco più bello. Attorno ai falò venivano sistemati, offerti, consumati fave bollite, fichi secchi o infornati e ripieni di miele e noci, a forma di crocette, dolci di farina e zucchero fritti nell’olio, granturco bollito, fritto o abbrustolito sulle braci.

Sono i cibi che troviamo nelle antiche feste agrarie di una vasta area euroasiatica, nelle quali centrali era il legame con i defunti che si realizzava attraverso il consumo di cibo assieme a loro. Notevole il consumo di carni e di capicollo, di sopressate e di salsicce, di sottoli e sottaceti, e di vino, in buona parte di produzione locale.

La festa di Saracena che mi trovavo a osservare, conservava tutti i caratteri delle feste agrarie in cui era centrale il legame con i defunti che prevedeva banchetti e consumo di cibo tra morti che tornavano e i familiari che li evocavano e li attendevano. Era una festa carnevalesca, con consumo abbondante di cibi e di vino, e infatti cadeva nel periodo di Carnevale e la prima volta che l’ho osservata la festa del santo e i festeggiamenti per Carnevale coincidevano.

Festa di San Leone a Saracena

Il tarantismo era presente in quell’area e sarebbe interessante ricordare anche i San Leone e San Leo che guarivano gli ossessi e i posseduti, di cui quel rito sembrava custodire tracce. Ricordo le donne anziane, silenziose e assorte, che vegliano per tutta la notte attorno ai fuochi impegnate ad accogliere i defunti e restavano vigili fino alle luci dell’alba quando ormai i morti non sarebbero più arrivati, avrebbero cessato il loro rituale peregrinare.

Vicini, forestieri, visitatori dei paesi vicini erano invitati a mangiare, accolti e accuditi, spinti a bere e a brindare per un senso antico e religioso dell’ospitalità e perché vissuti come figure vicarie dei defunti. Gli inviti erano fatti in memoria e in suffragio dei familiari morti ed era come se i forestieri tornassero al loro posto, divenendo cosi soggetti attivi di un rito di commemorazione e di rinascita.

La festa rivelava (e lo attestavano i tanti manifesti scritti a mano o stampati e appesi ai muri con la scritta «Evviva S. Leone/’Nu piattu di maccheroni») il trionfo dell’abbondanza un tempo sognata e concessa solo ai ricchi e finalmente realizzata grazie al boom economico e ai soldi degli emigrati, che per queste feste tornavano.

Era difficile sottrarsi ai ripetuti e insistiti inviti che ci rivolgevano le persone attorno ai falò o nei bassi con lunghe tavolate. Cominciammo a bere e a mangiare. Le immagini delle riprese davanti ai fuochi e le interviste erano mobili, ballavano, come le braccia e le teste di una troupe che non aveva resistito alle tentazioni. Partecipavo.

Mi allontanavo, così, anche dalle indicazioni e dalle regole dei manuali accademici di un’antropologia che aveva il mito dell’oggettività, della scientificità, della distanza. Mi sentivo vicino a quella gente che ripeteva probabilmente un rito antico di guarigione e di ringraziamento e che era protagonista di una festa insieme gioiosa e impegnativa, allegra e carica di tensione.

La mia antropologia è stata sempre interrogazione, inquietudine, dialogo, partecipazione, vicinanza, messa in discussione delle mie certezze, disponibilità all’incontro e alla comprensione, allo stupore e alla bellezza. Racconto e narrazione di me stesso e degli altri, resoconto di un dialogo. Vincenzo, che tornava dalla Svizzera, ogni anno per la festa, e che apriva la casa per accogliere amici, riuscì a sottrarci dall’abbraccio e dal calore dei tanti falò e ci ritrovammo nella sua stanza che non dimenticherò mai.

Mangiammo e bevemmo a lungo fino all’alba con Vincenzo ci raccontava la sua vita, la sua devozione per San Leone, l’inquietudine che lo prendeva quando si avvicinava il giorno della festa e il bisogno di tornare nel paese. Porgeva bicchieri di vino e di liquore e formaggi e salumi e mostrava bottiglie di liquori di ogni tipo e di ogni marca quasi per rivelare un suo sogno realizzato.

La tradizione veniva tenuta in vita e reinventata grazie ad emigrati (forse i «nuovi defunti») come Vincenzo e ai giovani che rimodulavano e riscrivevano, con nuovi linguaggi e nuovi suoni, nuove musiche e nuovi colore, gli antichi riti. I canti, i suoni, i balli, i girotondi, i corteggiamenti, le mangiate, la convivialità, l’accoglienza che avevano un altro senso nell’universo tradizionale erano sempre più mutuati dalla società dallo spettacolo, dalla televisione. Il richiamo alla ritualità tradizionale si trasformava in invenzione di una nuova tradizione.

Vincenzo mi avrebbe atteso, ancora, negli anni successivi. Lui era rispettoso dell’impegno preso, io avevo detto il rituale: speriamo di rivederci. Vi tornai, dopo qualche anno, ormai non più come programmista regista, ma come osservatore e ricercatore e anche come amico di quella comunità. Ero con altri amici, e probabilmente ero cambiato, avevo al collo la mia Nikon e, forse, fu per questo che Vincenzo si avvicinò e domandò: «Scusate conoscete per caso uno che lavora in Rai, si chiama Vito TETI». «Perché?», gli chiesi sorridendo. «Lo aspetto da anni e sono sicuro che verrà prima o poi, me lo ha promesso» e mentre rispondeva e mi fissava, mi riconobbe, e sgrano gli occhi e divenne tutto un sorriso.

Ci abbracciammo come vecchi amici che non si vedevano da anni e che erano scampati a una qualche intemperie. Brindammo e bevemmo un’intera notte e, brindando, parlammo e, infine, ci salutammo con affetto, con commozione. Era il 1982. Sono tornato (vado a memoria senza guardare i miei taccuini e i provini fotografici) nel 1984 e questa volta mi aspettava la festa, ma non mi attendeva più Vincenzo. La sua casa era chiusa e pensai che qualcosa di grave fosse successo se non era tornato per San Leone. Se ne era andato per sempre, mi disse qualcuno cui domandai timoroso. Attendendo il corteo processionale davanti al fuoco in un vicolo vicino alla chiesa, cominciai a prendere appunti, a fissare i ricordi.

Abbozzai un racconto che parlava di un fotografo straniero che arrivava, per caso, in quel paese e riusciva a guarire, ripensandola, una perdita amorosa. Era melanconico, quel fotografo, e assomigliava troppo a me. Immaginai di vedere Vincenzo come un’ombra seduto attorno al fuoco vicino alla sua casa, con i suoi familiari, e cominciai a bere, ricordandolo, alla sua salute. Qualsiasi spiegazione che parla di festa e rito agrario, di nesso tradizione-modernità (arcaico-postmoderno) non mi restituisce il senso delle emozioni vissute, il dolore, una volta, per un amore perduto, la stretta di mano di ragazze e ragazzi che m’invitavano ai balli, Vincenzo che aspettava il mio ritorno come se fossi uno di famiglia che riempiva la sua festa.

La fotografia, scattata nel 1982 (riprodotta da una stampa sbiadita dal tempo di cui mi accontento non riuscendo adesso ad organizzare il mio archivio) che lo ritrae pago e sorridente, col suo cappello in testa, i suoi lunghi baffi, seduto attorno a un tavolo rotondo pieno di bicchieri e bottiglie di liquori, e con alle spalle una vetrina addobbata con vini, wiski, cognac, grappe, amari, me lo restituisce vivo e ospitale.

E mi proietta in un tempo perduto, ma che ho ben speso e che quindi mi ritrovo, in una di quelle storie che sembrano sognate o lette sui libri. Sono tornato altre volte a Saracena per San Leone: nel 1989 e due volte negli anni a cavallo dei due secoli. Ho colto mutamenti e trasformazioni. Ho scritto articoli e saggi e avevo immaginato una ricerca, con amici studiosi esperti di più discipline, una sorta di ricerca storico-etnografica. Uno dei mille progetti non realizzati. La vita è fatta anche di sogni, promesse, speranze, inadempienze. Non sempre si è puntuali con la vita e non sempre per nostra volontà. In fondo, le nostre ricerche più belle sono quelle che abbiamo già fatto e i libri migliori sono quelli scritti, e non pubblicati, assieme alla gente che abbiamo incontrato.

Dicono che la festa sia molto cambiata: sempre bella, partecipata, è diventata, pure nella sua dimensione religiosa e carnevalesca assieme, anche uno spazio di nuova socialità e un’occasione di raduno e di ritrovo per tanti suonatori e musicisti che arrivano da varie parti della regione. Quando si avvicina il giorno di San Leone, ogni anno comincio ad avere nostalgia e a pensare di fare un salto a Saracena: poi rimando per un qualche motivo vero o inventato. Ci torno quest’anno con questo ricordo (scritto in maniera veloce) e queste immagini (che invito a guardare nei tanti dettagli che dicono molto più di quanto non ho scritto) scattate dal 1982 al 1989 (e altre più recenti custodisco nel mio archivio e nella mia memoria).

Forse tornerò, anche fisicamente, l’anno prossimo e farò tardi davanti alla casa di Vincenzo o nel vicolo dove attendevo i congregati e le donne, scrivevo racconti, o attorno ai falò dove tornano i defunti, per dare un senso al tempo che è passato e per immaginare e sperare il meglio per il mondo e per gli altri e, in quel luogo tanto amato dove il tempo veniva guadagnato e rifondato, anche per quel che resta del giorno.

Fonte:
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Categorie: Cosenza > Feste paesane
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